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Si scrive “missione”, si legge “cattolicità” (romana). La Evangelii Gaudium di Papa Francesco

2 dicembre 2013

Sin qui il pontificato di Francesco era proceduto con comportamenti, gesti, parole, ecc. che non era facile capire e, soprattutto, mettere dentro un orizzonte coerente.  La frugalità dello stile, il linguaggio della missione, le concessioni unilaterali nel dialogo coi laici, il marianesimo spinto, la distanza dalla difesa dei valori non-negoziabili, costituivano “pezzi” di pontificato che risultava complesso mettere insieme. Prima di diventata papa, Bergoglio non aveva scritto in modo significativo e, quindi, non esisteva un documento che aiutasse a capirne l’universo di senso.  L’enciclica Lumen Fidei (5 luglio 2013) da lui firmata era, in realtà, stata scritta da Benedetto XVI e Francesco l’ha semplicemente promulgata. Era in ogni caso chiaro che non era farina del suo sacco. Ora, finalmente, il Papa ha scritto un testo programmatico, di suo pugno, che presenta la sua visione delle cose in modo più organico.

5 capitoli, 288 paragrafi, più di 220 pagine: la Evangelii Gaudium è un’esortazione apostolica che esce a un anno di distanza dal Sinodo dei vescovi sulla “nuova evangelizzazione”. Essa può essere letta come una dichiarazione d’intenti per il pontificato. Quali sono gli elementi principali?

Intanto, il papa vuole imprimere alla chiesa cattolica un’inversione di tendenza: dall’essere un’istituzione con atteggiamento difensivo e in una modalità manutentiva, vuole spingerla a diventare “missionaria”, coinvolta, pronta a sporcarsi le mani nel mondo, senza essere ossessionata dalla continua ricerca di marcare il territorio. Meno puntature identitarie sulla dottrina e sulla morale e più slancio verso l’esterno per accarezzare, comprendere, lenire le ferite degli uomini e le periferie del mondo. Meno burocrazia ecclesiastica, più missione ecclesiale. Meno divisione tra operatori-spettatori e più partecipazione di tutti. Meno giudizi su chi è “fuori” o chi si trova in zone “irregolari” della vita e più calore fraterno per tutti, mettendo in secondo piano le situazioni moralmente spurie.

Papa Francesco chiama “conversione” questa inversione.  Conversione per lui non è primariamente il pentimento dai peccati e la fede professata in Cristo da parte di chi non crede, ma è il cambiamento costante dei cristiani dalla pesantezza dell’istituzione verso lo slancio della missione (così intesa). Addirittura, arriva a parlare di “conversione del papato” (32). Naturalmente, non preannuncia alcuna riforma in senso biblico, ma un processo di “decentralizzazione” del governo della chiesa verso un ruolo più marcato delle conferenze episcopali regionali. In questo caso, la “conversione del papato” ha più a che fare con la burocrazia interna della chiesa di Roma che non con lo smantellamento delle prerogative dogmatiche dell’ufficio petrino.

Che “conversione” sia una chiamata per i cattolici è evidente anche da come in non-cattolici sono visti nel documento. Gli altri cristiani sono già uniti tramite il battesimo e a loro non è chiesta conversione (244). Gli ebrei sono sotto un’alleanza “mai revocata” e quindi non devono convertirsi (247). I musulmani adorano lo stesso unico e misericordioso Dio (252) e non è chiesto loro altro, se non riconoscere la libertà religiosa. Gli altri non cristiani sono “giustificati mediante la grazia di Dio” (254) anche senza un’esplicita professione di fede in Gesù Cristo. Il “vangelo” di cui parla il titolo non è un messaggio di salvezza dal giusto giudizio di Dio, ma l’accesso ad una più profonda, più piena, più gioiosa salvezza che è già data a tutta l’umanità. La “missione” di cui parla Papa Francesco è, allora, la volontà di estendere a tutti la pienezza della grazia ad un mondo già graziato.

Nel documento papale c’è più “gioia” che “vangelo”. Il vangelo presentato è monco della necessità da parte di tutti di rispondere in pentimento e in fede all’annuncio della buona notizia di Gesù Cristo. Si tratta allora di un’indistinta forma di universalismo religioso, di un incolore pan-cristianesimo in cui tutti sono già inclusi? Non proprio.

Il Papa, nel suo stile argomentativo che si sofferma su parole specifiche e su espressioni particolari, richiama alcuni slogan che aiutano a pensare alla “missione” come lui la intende.  Uno è “l’unità prevale sul conflitto” (226-230) e l’altro è “il tutto è superiore alla parte” (234-237). Sia l’uno che l’altro stanno al cuore della visione cattolico-romana delle cose. Sono due elementi essenziali della “cattolicità” romana, cioè quella capacità della chiesa di Roma di pensarsi come “sacramento”, segno e strumento dell’unità con Dio e dell’unità del genere umano. Il cattolicesimo si presenta quindi come il “luogo” spirituale (ma anche sempre istituzionale) in cui cercare l’unità oltre il conflitto e in cui il tutto comprende le parti, tutte le parti. Allora: si scrive “missione”, ma si legge “cattolicità”.

“Conversione” e “missione” sono le parole chiave del pontificato. Sono due parole bibliche, ma non basta citarle per significare quello che la Bibbia intende quando le impiega. Se non si approfondisce il senso che il Papa dà loro, si correrà il rischio di attribuire loro per default un significato improprio e non si capirà nulla di quello che Francesco sta dicendo.